The banker in chief

Da Ieri Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, ha preso ufficialmente le redini della supervisione sulle banche del nostro continente, un potere che per decenni era rimasto nelle mani di Banche centrali e autorità a livello nazionale. Il banchiere italiano, intervistato nel pomeriggio da Bloomberg, ha sottolineato quasi con discrezione il salto di qualità in corso nel processo d’integrazione europeo: in molti paesi dell’Eurozona, ha detto, l’azione delle autorità nazionali ha già spinto gli istituti di credito a rafforzare il proprio capitale, “ma certamente ora è l’inizio di un cambio di marcia”. Bertone Chi è lo sceriffo americano chiamato in aiuto da Draghi
24 OTT 13
Ultimo aggiornamento: 13:17 | 16 AGO 20
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Da Ieri Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, ha preso ufficialmente le redini della supervisione sulle banche del nostro continente, un potere che per decenni era rimasto nelle mani di Banche centrali e autorità a livello nazionale. Il banchiere italiano, intervistato nel pomeriggio da Bloomberg, ha sottolineato quasi con discrezione il salto di qualità in corso nel processo d’integrazione europeo: in molti paesi dell’Eurozona, ha detto, l’azione delle autorità nazionali ha già spinto gli istituti di credito a rafforzare il proprio capitale, “ma certamente ora è l’inizio di un cambio di marcia”. Ha usato parole caute, Draghi, forse perché non stridessero troppo con la reazione apparentemente negativa che le Borse europee (Piazza Affari inclusa) hanno riservato alle comunicazioni ufficiali della Bce arrivate in mattinata. D’altronde però la discesa dei titoli bancari arriva dopo giorni di rally nei listini, assicurano alcuni operatori sentiti dal Foglio, quindi è meglio non esagerare la portata del calo. Tuttavia l’importanza che lo stesso Draghi attribuisce al processo di Unione bancaria, lanciato ufficialmente alla fine del giugno 2012 dai capi di governo europei, è ben nota. A inizio mese, parlando all’Università di Harvard, aveva inserito proprio questa trasformazione – che ruota attorno all’Eurotower – in quell’“importante filone di riforme che si dipana anche sul piano europeo, quello che corrisponde al livello federale negli Stati Uniti”. “Nuove norme e istituzioni”, tra queste appunto primeggia l’Unione bancaria, che secondo l’ex governatore della Banca d’Italia dovrebbero portare a “un’unione sempre più perfetta” – “a more perfect union” per usare le parole dei padri fondatori americani, tra i paesi membri dell’Ue – formula che secondo Draghi si adatta al tenore delle sfide attuali perfino meglio di quanto non faccia la formula “un’unione sempre più stretta” del Trattato dell’Ue. Nessuna minimizzazione di quanto è stato sancito ieri, dunque. Al punto che Ignazio Visco, attuale governatore della Banca d’Italia, lo scorso 7 ottobre aveva detto che anche solo la realizzazione del primo passo verso l’Unione bancaria – cioè il meccanismo unico di supervisione cui dovranno seguire nei prossimi mesi e anni un meccanismo unico di risoluzione delle crisi e un’assicurazione unica dei depositi – costituisce “un’innovazione di vasta portata, che richiederà uno sforzo organizzativo almeno tanto complesso quanto quello che è stato necessario per introdurre la moneta unica”.
Il meccanismo di supervisione centralizzato a Francoforte, dunque, entrerà in vigore tra pochi giorni, a partire da novembre. Si partirà con quello che la Bce definisce in inglese un “comprehensive assessment”, che comprende tre fasi: oltre a una valutazione dei principali fattori di rischio, ci saranno una Asset quality review, cioè un’analisi dettagliata dei bilanci delle 130 principali banche dei 18 paesi dell’Eurozona e quindi dell’85 per cento degli asset bancari (per l’Italia 15 istituti, tra cui Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca e Monte dei Paschi di Siena), poi gli stress test per sondare la resistenza delle stesse banche in caso di scenari avversi. Il tutto dovrà concludersi, ha fatto sapere ieri la Bce, entro il novembre 2014, cioè tra un anno, quando la stessa Banca centrale renderà noti in un unico giorno tutti i risultati dei suoi esami.
“Oggi (ieri per chi legge, ndr) ci saremmo aspettati un numero maggiore di dettagli tecnici sul processo di revisione dei bilanci e gli stress test. Se Francoforte si è limitata per ora agli aspetti generali, vuol dire che alcune discussioni sono ancora in corso”, dice al Foglio Marco Valli, capoeconomista di Unicredit per l’Europa. Un passaggio fondamentale, per esempio, è quello della definizione di criteri standard in base a cui valutare lo stato di salute delle banche. “Il fatto di rendere omogeneo il campo di gioco su cui si muovono le banche – dice Valli – è la premessa fondamentale per raggiungere gli obiettivi che l’Europa si è data con questi test. Primo: portare maggiore trasparenza nei bilanci e quindi accrescere la possibilità di comparare davvero le banche tra loro. In secondo luogo si tratta di costringere le banche a rafforzare la loro base di capitale là dove necessario. Il tutto per ripristinare la fiducia degli investitori, anche quelli internazionali, nei sistemi bancari del nostro continente”. Questo vuol dire che ci saranno anche benefici per famiglie e imprese alle prese con il credit crunch. Si leniranno gli effetti della stretta sul credito, nella misura in cui quest’ultima è generata da una sottocapitalizzazione delle banche”. Come dire che rimarranno gli effetti dovuti invece alla flessione nella domanda di prestiti, per esempio.
Rispetto agli stress test che l’Europa ha già condotto nel 2011, il cambio di passo è notevole, osserva Valli: “Intanto questa è la prima volta in cui entra in campo un supervisione unico, la Bce, che mette in gioco la sua credibilità. Se fallisse, ne risentirebbe anche la sua credibilità come attore protagonista della politica monetaria. A fianco della Bce si muoveranno i supervisori nazionali, con la novità dei controlli incrociati tra i diversi paesi, e una società di consulenza esterna statunitense. Inoltre, questa volta, è in corso una omogeneizzazione delle voci del bilancio che saranno valutate”. Le banche dovranno cioè passare un esame comune e non uno diverso per ciascun paese, come testimonia la ricerca – già in sede di Eba, l’Autorità bancaria europea – di definizioni condivise delle partite deteriorate (tra sofferenze, incagli, crediti ristrutturati o scaduti). “Infine ci sarà l’incentivo da parte della Bce a far venire alla luce tutte le perdite ora ‘nascoste’ ed ereditate dal passato, cioè quelle imputabili anche agli errori compiuti nel recente passato dalle autorità di supervisione nazionali”. La ricapitalizzazione degli istituti, qualora tra un anno si rivelasse necessaria, sarà infatti a carico dei singoli stati membri, considerato che il Fondo salva stati (European stability mechanism) potrà ricapitalizzare direttamente gli istituti soltanto quando l’Unione bancaria sarà definitivamente completata. Nessuno auspica esiti traumatici, ma ieri Draghi ha comunque assicurato massima severità: “Le banche devono poter essere bocciate. Se devono essere bocciate lo saranno, non si discute”. Tuttavia “c’è ancora molta incertezza sulle regole da applicare nella fase dell’eventuale ricapitalizzazione – continua Valli – Soprattutto i paesi dell’Europa settentrionale hanno esercitato pressioni per minimizzare l’intervento dello stato, introducendo politiche di ‘bail-in’, cioè di coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti privati degli istituti, più restrittive. Ora gli stessi paesi si stanno battendo affinché se una stampella pubblica si dovesso rivelare comunque necessaria, siano utilizzati i soldi dei singoli stati responsabili e non quelli dell’Esm che al massimo potrà elargire prestiti agli stati che dovranno ricapitalizzare le proprie banche o ad un ipotetico Fondo per le risoluzioni”.
Il governo italiano, già al Consiglio Ue di ieri, premeva invece per la creazione di uno schema di risoluzione sovranazionale, dotato di risorse paneuropee. Per il momento, comunque, Visco si è detto certo che gli istituti di credito italiani non saranno penalizzati, e il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ha detto che il settore nel nostro paese non ha nulla da temere. Sarà, eppure nei prossimi mesi, mentre il test continentale va avanti, non saranno pochi i nodi da sciogliere. Incluso quello pragmaticamente inserito nel dibattito da Draghi. Banchiere inflessibile, certo, ma che – come rivelato sabato scorso da Federico Fubini su Repubblica – ha inviato una missiva alla Commissione di Bruxelles con “un messaggio di fondo: bisogna evitare di imporre perdite a chi ha investito in obbligazioni delle banche, almeno per il momento, se ciò può destabilizzare il sistema finanziario in Europa”. Quindi “sì” al coinvolgimento dei privati per far rafforzare gli istituti di credito, nel caso la Asset quality review rivelasse debolezze eccessive; “no” invece agli impeti rigoristi che vorrebbero far pagare azionisti e obbligazionisti anche in caso di debolezze solo ipotetiche, rivelate cioè dai successivi stress test, rischiando di causare sconquassi nel mercato finanziario e creditizio. Al crinale stretto (e per alcuni versi ancora da definire) su cui si dovranno muovere Draghi e la sua Bce, che già nel 2012 furono giudicati come i salvatori dell’euro, guarderanno a questo punto non solo le banche di tutto il continente, ma anche famiglie e imprese.